L'incontro avvenne in una notte gelida di plenilunio.
La pattuglia, appostata in un angolo scuro di piazza Cinquecento, avvistò il Babau
vagabondo che navigava placido a circa trenta metri d'altezza,
simile a dirigibile giovanetto. Gli agenti, il mitra puntato, avanzarono.
Intorno non un'anima viva. Il breve crepitio delle raffiche si ripercosse,
d'eco in eco, molto lontano. Fu una scena bizzarra. Lentamente il Babau si girò
su sè stesso senza un sussulto e, zampe all'aria, calò fino a posarsi sulla neve.
Dove giacque supino, immobile per sempre. La luce della luna si rifletteva
sul ventre enorme e teso, lucido come guttaperca [...]
Si disse che in cielo, mentre la creatura moriva, risplendesse non una luna, ma
due. Si raccontò che per tutta la città uccelli notturni e cani si lamentassero
lungamente. Si sparse la voce che molte donne, vecchie e bambine,
ridestate da un oscuro richiamo, uscissero dalle case,
inginocchiandosi e pregando intorno all'infelice.
Tutto ciò non è storicamente provato.
Di fatto, la luna proseguì senza scosse il suo viaggio prescritto dall'astronomia,
le ore placidi, passarono regolarmente ad una ad una, e
tutti i bambini del mondo continuarono a dormire senza immaginare
che il loro buffo amico se n'era andato per sempre.
Era molto più delicato e tenero di quanto si credesse.
Era fatto di quell'impalpabile sostanza che
volgarmente si chiama favola o illusione: anche se vero.

Dino Buzzati
"Le notti difficili"

 

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